Ogni viaggio un esame..

Milano, là dove c'era l'erba...

La signora ha uno sguardo severo ma bonario mentre, seduta sotto l'enorme camino nero, si asciuga le mani ruvide sullo scüssà, il grembiulone sbiadito tipico delle donne lombarde. Guarda i commensali che mangiano lepre in salmì, rostìn negaà (letteralmente, arrostino annegato, ovvero nodini di vitello al vino bianco) e cotolette, rigorosamente con l'osso, come una nonna osserva i nipotini che giocano.


Foto di Evan Blaser
"S'è che te vöret?", ovvero "Che cosa vuoi?", ti chiedono i figli quando, entrato dalle porte a vetri zigrinati che danno direttamente sulla vecchia via Ortica, ti siedi a uno dei tavolacci di legno e inizi a leggere il menu scritto a mano su fogli anonimi. Non è maleducazione o scarsa attenzione al cliente. E non è nemmeno un tentativo artefatto di ricreare atmosfere dei tempi che furono. No. All'Osteria del Gatto Nero, nel quartiere di Lambrate, il tempo si è veramente fermato: sembra davvero di essere nella cucina di una nonna lombarda, dove il camino scoppietta, la cena è sempre calda, i bambini giocano sotto i tavoli e la sera i vecchi hanno qualcuno che li ascolta.

La Milano post Expo, la Milano postindustriale, la Milano del nuovo yuppismo, la Milano della moda e della comunicazione è anche questa, orgogliosamente rimasta "indietro". Ma non per fare il verso a sé stessa, piuttosto per deliberata, o talvolta casuale, scelta. E indietro sono rimasti anche alcuni angoli degli altrettanto (un tempo) popolari Navigli, divenuti (oggi) tanto modaioli quanto consumistici. Se dallo struscio serale lungo il Naviglio Grande, quello che le acque le porta dentro la città, ti distacchi un attimo e imbocchi vicolo dei Lavandai entri in un universo a parte.

foto di Paolo Margari

Ti sembra veramente di vedere le lavandaie che, sui lavatoi in pietra che ancora resistono, ci davano dentro di lisciva e olio di gomito lungo la roggia che dal Naviglio si separava per rientrarvi pochi metri dopo. Oggi, su quella roggia, c'è un ristorante, El Brellìn (si chiamava così il pannello in legno sul quale le lavandaie si inginocchiavano per strofinare i panni), che ha fatto della tipica collocazione la sua fortuna. E i prezzi parlano chiaro. Ma vale la pena farci un salto: si mangia bene e si respira un'atmosfera particolare, a metà tra la città di oggi e quella di ieri.

Milano, comunque, è un posto particolare. Piace così tanto ai suoi abitanti che spesso si sente dire: "questo posto è così bello che non sembra di essere a Milano". È proprio così via Lincoln, poche centinaia di metri da piazza Cinque Giornate, appena fuori dalla cerchia dei Bastioni. Superata la cortina di piante e fiori profumati che fanno da portale, si entra in un non-luogo, una sorta di paesello popolato di vicoli e casette basse. Un paesello rinchiuso tra i palazzi alti che osservano questo microuniverso, nato a fine Ottocento come insediamento di operai e rimasto intatto, se non per i prezzi: quelli, logicamente, sono più alti del valore di mercato della zona. Del resto, chi vuole vivere a Milano in un posto che non sembra Milano, è giusto che paghi il giusto prezzo.

Milano sta cambiando, è una città in continua evoluzione, è policentrica. Se in luoghi come Brera – tra moda e ostentazione – resistono le botteghe artigiane e i piccoli atelier di artisti (tra una cartomante e un venditore di souvenir africani) le periferie cambiano volto. E così l'industriale Bovisa diventa il cuore della creatività cittadina con le sue aree dedicate alla tecnologia (Politecnico), ma soprattutto al design (la Triennale), mentre la Bicocca, da insediamento storico della Pirelli, è oggi sede universitaria e di qualche locale alla moda che fa capolino tra edifici avveniristici. Questa sarà la Milano del futuro: edifici funzionali e tecnologici, viali alberati anche in periferia, commercio e moda. Sperando che non ci si dimentichi del passato. Come sono lontani i tempi in cui "c'era l'erba", come cantava Adriano Celentano, il ragazzo della via Gluck…

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